Se una notte d’inverno un Soldato d’Inverno: The Falcon and the Winter Soldier

Qualche tempo fa vi abbiamo recensito a quattro mani “Wandavision”, la serie che ha dato il la al nuovo corso televisivo del Marvel Cinematic Universe, definendola un esperimento riuscito da un lato nel suo voler celebrare il mondo televisivo e non propriamente a fuoco dall’altro nel suo voler teaserare i nuovi personaggi e film Marvel.

Subito a ruota su Disney+ é approdata “The Falcon and the Winter Soldier”, show composto da 6 episodi di circa un’ora che a sua volta doveva farsi carico di lanciare e rilanciare nuovi e vecchi personaggi. Com’è andata? Ve lo diciamo adesso, se non temete gli +++SPOILER!!!!1!1!+++

“The Falcon and the Winter Soldier” ci racconta il mondo post Blip! restituendoci una chiave di lettura politica che effettivamente mancava in “Spider-Man: Far from home”, primo film in successione cronologica dopo “Avengers: Endgame”: ci sono questə terroristə, Flag Smashers, che al grido di “One world, one people” denunciano con atti eclatanti la drammatica situazione dei rifugiati (le persone che sono “tornate” dopo lo schiocco di Tony Stark) invocando l’abbattimento dei confini fra le nazioni. Come dite? Vi sembra un proposito lennoniano assolutamente condivisibile, se non auspicabile? Beh, a una certa se ne accorgono anche gli autori, che decidono di punto in bianco di prendere Karli, la leader del gruppo, e farle ammazzare random qualche civile nel disperato tentativo di farla passare dalla parte del torto una volta che la frittata é stata fatta. Flag smashers che per inciso come compagine difetta in generale di temibilitá: più che un gruppo di pericolosi jihadisti paiono un collettivo di regaz di Macao.

Ma non pensiamoci più, perché non è di questo che parla davvero la serie.

“The Falcon and the Winter Soldier” ci parla della difficile eredità lasciata da Steve Rogers sulle spalle del sodale Sam Wilson, alias The Falcon, che per non saper né leggere né scrivere rinuncia subito allo scudo di Capitan America donandolo al Governo Americano con nobili motivazioni dove c’entrano i simboli, il bene comune, i nuovi valori etc.

Ma non è di questo che parla davvero la serie.

“The Falcon and the Winter Soldier” illustra l’ascesa dell’usurpatore John Walker, nominato dal Governo Bastardo nuovo Captain America in quanto maschio biondo, bianco, etero e figlio di Kurt Russell (a chi non sta simpatico Kurt Russell?) con una mossa a sorpresa che spiazza il povero Sam Wilson tipo quando presti una roba a un amico e poi ci trovi in giro con quella stessa roba l’amico dell’amico asciugone con cui speravi la tua strada non si sarebbe mai incrociata. Da qui, ci sarebbe tutto un discorso da fare in stile “The Crown” sui falsi idoli e su oneri e onori per chi di punto in bianco si trova a incarnare un irraggiungibile modello di virtù per tutta la Nazione e sulla pressione che inevitabilmente porta a gestire male questa responsabilità, oltre alla metafora/satira del ruolo ambiguo degli Stati Uniti nello scacchiere internazionale come “polizia mondiale” tanto dai metodi quanto dai risultati discutibili. Ma non vi affannate troppo a ragionarci su, perché…

…non è di questo che parla davvero la serie.

“The Falcon and the Winter Soldier” si concentra sul disturbo post-traumatico di Bucky Barnes, al secolo Winter Soldier, che cerca di venire a patti con i crimini commessi, sebbene all’epoca avesse l’alibi morale di essere telecomandato come una comune vittima di Giucas Casella. Lo scambio in cui Bucky rinfaccia a Sam di aver ceduto lo scudo che Steve gli aveva consegnato (“Se ha sbagliato a giudicare te degno dello scudo, allora deve essersi sbagliato anche a giudicare me degno di redenzione”) è molto interessante e spalanca un ampio ventaglio di riflessioni narrative sull’evoluzione di entrambi i personaggi. Ma non preoccupatevi, perché invece questa cosa finisce qua. E sapete perché?

Perchè non è di questo che parla davvero la serie.

“The Falcon and the Winter Soldier” indaga la condizione delle persone nere in America, seguendo un filo che unisce la triste sorte dell’eroe tradito Isaiah Bradley con quella del riluttante Sam Wilson, che di base scopriamo non sentirsi a suo agio, in quanto persona nera, nei panni di un Cap America storicamente “bianco”. Quindi tutto il discorsone della cerimonia di restituzione dello scudo dimenticatevelo, come non detto, il problema è che The Falcon è nero. Giustissimo, interessante, bravi gli autori che non trascurano l’elefante nella stanza e lo prendono di petto, ditemi di più! Eppure niente, finisce qua anche questa storyline, suggellata da un Bucky affranto che fuori scena, fra un episodio e l’altro, mi diventa abbastanza woke da capire da solo che il povero Sam Wilson aveva tutto il diritto di patire l’eredità dello scudo. Ma, davvero, non incaponitevi su questa cosa, perché…

…non è di questo che parla davvero la serie.

“The Falcon and the Winter Soldier” segna il ritorno sulle scene del Barone Zemo, conosciuto in “Captain America: Civil War”. Zemo che rispetto al film che l’ha introdotto qui è brillantissimo e non vedi l’ora che sbuchi bevendo un drinkino, il che ok, kudos per Daniel Brühl, però diciamo che se il personaggio più simpa e carismatico della tua serie imbottita di eroi positivi é un fottuto nobile nazista forse il polso della narrazione ti sta un po’ sfuggendo di mano. Però poco male, Zemo ci lascia quasi subito sfuggendo alle guardie wakandiane (“Ah!” Avrai pensato, “Classico trucco per liberarlo e trovarcelo nel prossimo film Marvel pronto all’uso” e invece no, perché poi lo ricatturano in maniera abbastanza easy e ti chiedi boh ma perché allora me l’hai scomodato?).

Ma non è di questo che parla davvero la serie.

Sì, perché “The Falcon and the Winter Soldier” ci fa ritrovare Sharon Carter, la nipote dell’agente Carter, che, dismessa la vita investigativa, si è riciclata come falsaria losca a Madripoor, altrettanto losca isola della Marvel spesso incontrata nei fumetti degli X-Men.

Anzi, no.

“The Falcon and the Winter Soldier” racconta un’America dimenticata attraverso le vicende della sorella di Falcon che deve aprire un mutuo e vendere una barc…

No, ‘spetta.

“The Falcon and the Winter Soldier” lancia una nuova villain, Val de la Fontaine. Chi è? Boh, io li leggevo i fumetti Marvel, ma mica mi ricordo proprio tutto. Cosa fa? Fomenta John Walker a diventare U.S. Agent (“Ah! Ecco di cosa parla la serie! É la origin story di U.S. Agent!”) che prima è buono, poi il potere lo corrompe, poi torna buono, però alla fine rimane ambiguo.

NO-NE. NO. NOPE. Vi sto perdendo, lo so.

Insomma, se vi state chiedendo di che parla davvero la serie: un po’ di tutte queste cose qua, e un po’ di nessuna. Di base “The Falcon and the Winter Soldier” è generosissima di spunti intelligenti, che risolve però tutti irrimediabilmente in modo cretino. Se dovessi ricostruire il brief che Kevin Feige ha dato al suo team di scrittura quando ha messo in produzione lo show, credo avrà detto una cosa tipo:

“Sentite, è inevitabile che il prossimo Cap sarà nero, è il minimo nonché la cosa più logica, però cerchiamo di farlo pesare il meno possibile al redneck incappucciato del Kentucky che ha seguito su Twitter con empatico trasporto l’assalto dei suoi cugini a Capitol Hill.”

Peccato, perché la chimica da buddy movie (altro mood suggerito nei primi episodi e poi in seguito disperso) fra Howard Mackie e Sebastian Stan funziona, ma fatta eccezione per il triello Sam/Bucky/John le scene action sono piuttosto loffie e la scrittura davvero troppo goffa, frettolosa e macchinosa nel suo cercare di far evolvere le vicende da un punto A a un punto B, così che ogni tanto ti torna sotto il naso la puzza che speravi di aver dimenticato di uno show Marvel Netflix.

Va anche evidenziato un paradosso narrativo che grava su questo passaggio di testimone supereroistico: Steve Rogers era un personaggio figlio d’altri tempi ed evidentemente anacronistico, cosa che la Marvel intelligentemente soppesava in chiave moderna connotandolo come un ribelle quasi antigovernativo e insofferente alle istituzioni. Sam Wilson deve invece rappresentare la conciliazione, il Nuovo Americano che pacificherà i dolorosi conflitti interni dell’America razzializzata, ma nel disperato sforzo di trasmettere tutto questo carico ideologico la scrittura finisce per indulgere in espedienti retorici e pomposi, come nell’imbarazzante monologo finale thunberghiano a favor di telecamere. A scanso di equivoci: Greta è una grande, adoro lei e la sua battaglia, però se le stesse cose che dice un’adolescente le metti in bocca a un omone palestrato di quarant’anni calato in un costume da motocross acrobatico che più che dai Wakandiani pare disegnato da un immobiliarista di Lissone appena uscito dal concessionario dove ha appena finito di customizzare il suo prossimo SUV, beh il risultato che ne esce è inesorabilmente ridicolo.

Quindi, di che parla davvero la serie?

Ricominciamo: “The Falcon and the Winter Soldier” ci parla di…

P.S. Per me e Simone la storia del nuovo costume è andata così:

UX Designer & One Boy Band.

Parlo di: fumetti, musica, design, film e serie TV.

Cit. prefe: "Non sono un grafico, non faccio sedie."