Arrivano gli Oscar 2021: 5 cose che abbiamo imparato dalle candidature di 20 anni fa

Sono qui, sono arrivati, sono i 93rd Academy Awards. Insomma, gli Oscar 2021.

Da una ventina d’anni guardo la notte degli Oscar in tv. Prima coi miei genitori (giuro, di notte) poi organizzando pigiama party con altrə amicə con lo stesso “problema”. Un po’ per i film, un po’ per i vestiti, un po’ per tifare contro Alejandro González Iñarritu.

Quest’ anno non si capisce come saranno gli Oscar. Chi produce lo show per ora ha dichiarato “Our plan is that this year’s Oscars will look like a movie, not a television show” e io ho già i brividi. C’è da dire che però fra questi produttori c’è Steven Soderbergh, l’uomo che ha predetto il futuro, ma ne parleremo più avanti.

Dopo i soporiferi Golden Globes del 2021 in cui abbiamo visto pigiami, felpe, cani e bambinə vs. gente ridicolmente overdressed nel proprio tinello, gli Oscar della stagione cinematografica più irrilevante degli ultimi 20 anni esclusa qualche sorpresa (batteristi e ubriaconi) si preannunciano di una noia funesta. A dir la verità i film sono quasi tutti buoni o molto buoni, ma ci manca quellarobalí: che quest’anno al cinema non ci siamo andatə.

Quindi per rendere la noia indimenticabile, l’Academy ci presenta la rosa di candidature più eterogenee mai vista, con il record assoluto (meglio tardi che mai però comunque sigh) di 9 candidature POC per la recitazione, 2 registe donne, di cui una POC. Insomma ci sono voluti 6 anni da #OscarsSoWhite ma forse si intravede qualcosa… ma cosa?

È abbastanza risaputo, ma lo ripetiamo perché ci serve per dopo, che gli Oscar non vadano effettivamente a premiare il miglior sforzo produttivo dell’anno: nessunə, nemmeno per scherzo, ha mai pensato che Crash fosse il miglior film del 2004.

Gli Oscar sono quel momento in cui l’industria più caciarona degli USA ci dice “Guardateci, eccoci, siamo COSÍ e i nostri valori sono QUESTI”. Niente di male in tutto questo. Però capirete che guardarsi indietro può essere un gioco molto divertente. Proviamo allora a chiederci:

Quindi, quando l’Academy quella volta là voleva dirci CHI era, COME ce lo diceva?Ecco le candidature di 20 anni fa.

1. Gladiatori

Alzi la mano a chi non piace. Ecco, visto? Nessunə. L’ultimo grande film del nostro amico dello spazio Ridley Scott, “Il Gladiatore”, si prende in pieno la colpa di averci fatto sorbire cento film coi sandali coi laccetti per i 5 anni a seguire.

“Il Gladiatore” è quel bel Ben-Hur che piace a tuttə: maschi che si menano tra maschi, moglie/angelo ma morta, vendetta, sacrificio, figura paterna inglese, situazioni esotiche: è John Wick A.C.” Un film retrò che ci riporta alla Hollywood degli anni ’60 ma con la tecnologia del 2000.

Quell’anno “Il Gladiatore” batte persino il biopic (“Erin Brockovich”), evento rarissimo.

Hollywood voleva dirci:

“Va bene la modernità, ma non esageriamo”

2. Russel Crowe il matematico

Con “Il gladiatore” Russel sbaraglia la concorrenza (e può vantarsi di NON avere vinto un Oscar con un biopic in cui si piange molto, cosa rarissima agli Oscar) e avvia una partnership con Ridley Scott alla Kurosawa – Mifune che negli anni a venire ci regala: “A Good Year” (2006), “American Gangster” (2007), “Body of Lies” (2008) e “Robin Hood” (2010). Poi entrambi hanno capito che sarebbe stato meglio se ognuno se ne fosse andato per la sua strada. Russel Crowe ad esempio deciderà che vuole cantare nei musical (si darà una regolata subito dopo).

Fun fact: l’anno dopo “A Beautiful Mind” (dove Crowe interpreta il matematico John Nash) ruberà tutto all’unico vero film drogato degno rappresentante dei 2000: “Moulin Rouge!” ristabilendo i rapporti di potere fra i biopic strappalacrime e tutto il resto.

Hollywood voleva dirci:

“Adesso Basta con ‘sti biopic!” (Salvo smentirsi dall’anno dopo…)

3. No, il naso no.

Julia Roberts ha il grande merito di aver vinto un Oscar senza indossare un naso finto per il suo ritratto di Erin Brockovich nell’omonimo biopic di Steven Soderbergh.

Julia si presenta alla cerimonia con un abito vintage di Valentino che rimarrà nella storia degli Oscar come uno dei migliori look di sempre, tanto che il vestito ha una sua pagina Wikipedia. Capito? Tu la pagina su Wikipedia non ce l’hai, ma un vestito sì.

“Erin Brockovich” è la versione procedural di Davide e Golia, però sexy.
Erin, madre single pluridivorziata armata solo del suo senso di giustizia e della sua tenacia, vince contro la big corporation milionaria e lo fa secondo i suoi termini: vestendosi scollata quanto le pare e ribaltando gli stereotipi sulle donne e su come ci si aspetta debbano apparire. Un po’ come in “Legally Blonde”.

Ora, sono anni che gira l’idea che per vincere un Oscar e risultare credibili le attrici debbano recitare imbruttite: se la vittoria di Julia che qui recita (benissimo) glamourizzata al massimo (bellissima) appare smentire questa tesi, va anche detto che di lì a poco l’Academy premierà, in fila: Halle Berry senza trucco, Nicole Kidman col naso finto, Charlize Theron senza sopracciglia e Hilary Swank senza shampoo.

Hollywood voleva dirci:

“Sei bella, ma sei anche brava” (Salvo smentirsi dall’anno dopo…)

4. Lo splittone

Benché “Il Gladiatore” vinse come miglior film, Ridley Scott non vinse come miglior regista. Sembra una cosa strana, ma capita molto più spesso di quanto si pensi.

Nel 2001 la vittoria andò infatti a Steven Soderbergh per… “Traffic”. Ebbene si, Soderbergh si presenta alla 73esima edizione degli Oscar con DUE nomination per la stessa categoria: “Traffic” (thriller con droga) e “Erin Brockovich” (procedural scollacciato). Una cosa che succedeva solo negli anni ’30 quando c’erano sette registi in tutto. Grande Steven (Soderbergh vincerà in carriera 7 Oscar. SETTE. Un po’ forte.)

L’altro candidato da battere quell’anno era Ang Lee con “La tigre e il dragone” che vince 2 premi tecnici minori dando il la a un intero filone di film sul menarsi sulle canne di bambù. Niente paura, anche lui si rifarà in futuro riuscendo a rubare vari Oscar.

“La tigre e il dragone” ricevette NOVE nomination, il numero più alto di quell’anno subito sotto “Il Gladiatore”, ma NESSUNA di queste per il cast. Michelle Yeoh, Zhang Ziyi e Chow Yun-fat furono comunque candidatə (e vinsero) in altri festival.

Hollywood voleva dirci:

“No, loro no.”

5. NP – Nemmeno Pervenuto

Comunque, se 20 anni fa l’industria si fosse interessata alla rappresentazione delle minoranze almeno la metà di quanto faccia adesso, “In the Mood for Love” avrebbe spezzato la schiena a tuttə.

Hollywood voleva dirci:

“Se quellə di prima no figurati questə!”

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Tirando le somme, sappiamo come Hollywood ci tenga a raccontarsi quest’anno: nonostante qualche stranezza (solo due supporting e zero lead actor per “Judas and the Black Messiah”) e qualche snobbatura fisiologica (la prima nomination a una mucca), dopo il primato storico di “Parasite” e quello di 9 interpreti POC, l’Academy sembra volerci dire qualcosa che 20 anni fa non si sarebbe mai sognata:

“Dai, anche loro”.

La 93esima notte degli Oscar andrà in onda Domenica 26 aprile in “no in- person attendance” dai salotti di qualcunə. Io comunque faccio il tifo per il film dei danesi ubriaconi.

Art Director / Illustratrice

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