L’anno in cui ci ho visto doppio: un viaggio letterario e audiovisivo in 5 tappe.

Ogni mese Losers Club sceglie un tema da approfondire con contenuti dedicati e un’illustrazione originale.
“Fra le maschere che un uomo può indossare ricordiamo l’argilla…”
Utilizzate fin dalla preistoria per i riti religiosi, simboliche in psicologia e nostre nuove compagne di vita sociale, il mese ed il periodo storico sono perfetti per parlare di maschere, in ogni loro forma.

Ho sempre avuto un debole per le maschere.

Ero ancora – più o meno – imberbe quando al mio secondo concerto mi sono presentato sul palco mascherato: suonavo la chitarra da pochi mesi in un complesso ska, quindi mascherarmi mi parve una soluzione astuta per depistare dalla mia persona una performance che sarebbe stata ineluttabilmente disastrosa. Andò che al secondo pezzo un tizio urlò dalla prima fila:
“Genco, va che lo sappiamo che sei te!”
Esperimento fallito. 

La fascinazione per le maschere ha comunque continuato ad accompagnarmi: basta indossarne una e improvvisamente il Big Bang: nasce una nuova identità, non appesantita dal passato, al riparo dai giudizi pregressi, una tela bianca su cui ricamare un nuovo sé. Una realtà alternativa. Un alter ego. Un doppio.

Ecco, in un anno come quello appena trascorso che ci ha messo tuttə davanti a una versione del nostro mondo – esterno e interiore – inedito e inatteso, io ho continuato a vederci doppio. Ci tenevo quindi a rendervi partecipi del mio viaggio letterario e audiovisivo in 5 tappe, fra cinema, musica, fumetti, narrativa e saggistica.

Cinema! “Us”, Jordan Peele (2019)

La storia del doppio su pellicola è lunga e autorevole, da “Persona” a “Mulholland Drive”, da “La doppia vita di Veronica” a “Mr. Nobody”, da <aggiungere> ad <aggiungere, dai che vi viene in mente altro>.  Una bella rinfrescata alla tematica l’ha data in questo senso l’ultimo lavoro di Jordan Peele, regista dell’acclamato horror “Get Out”. In “Us” la routine di una famiglia afroamericana viene sconvolta dall’arrivo dei rispettivi “doppi” malvagi: ne esce fuori un mix clamorosamente riuscito di grande cinema di genere, un po’ thriller, un po’ slasher, un po’ satira (la comicità è nel DNA di Peele) che solleva una profonda e stratificata riflessione sulle molte manifestazioni del privilegio nella società americana. Da segnalare la performance di Lupita N’yongo, che si sdoppia in un’interpretazione deflagrante.

Musica! “Sugaregg”, Bully (2020)

Ah, vi conosco mascherine, qui vi aspettate che citi i vari Kiss, Slipknot, David Bowie e i suoi molti alter ego. Magari vi ricordate pure di quando Bono degli U2 si faceva chiamare MacPhisto, e perché non citare i nostrani Tre Allegri Ragazzi Morti e Liberato. E invece: proprio come Clark Kent (malcelata cit. tarantiniana) che a differenza degli altri supereroi mascherati è davvero se stesso nel momento in cui diventa Superman, la rocker di Nashville Alicia Bognanno si sgola nei Bully, una band che non è una band perché praticamente composta solo da lei. Anche il nome può essere una maschera. Il suo ultimo album é una liberatoria sfuriata garage-punk che esorcizza il disturbo bipolare dell’artista e celebra la propria autodeterminazione.

Letteratura! “7”, Tristan Garcia (2018)

Qui è davvero difficile spiegare perché c’entri il doppio senza spoilerare il libro. Di fatto si tratta di 7 racconti in un formato apparentemente antologico, con l’ultimo un pelo più lungo degli altri perché ha il compito di rivelarci cosa abbiamo davvero letto finora. Uhm, allora, mettiamola così: in “7” ogni personaggio è una matrioska, che a sua volta contiene ulteriori identità. Chi ci sta raccontando in prima persona tutti questi eventi? È forse Tristan Garcia stesso? Oppure un suo alter ego? Oppure un parto della mente del suo stesso alter ego? “7” è un’opera che si rinnova ad ogni capitolo e che come i gatti ha sette vite.

Fumetti! “Zot!”, Scott McCloud (2013)

Dei traumi che la saga del clone dell’Uomo Ragno mi ha arrecato in adolescenza non parlerò in questa sede. Provo quindi a volare alto consigliando questo volume che raccoglie tutte le storie in bianco e nero di Zot, supereroe indie creato negli anni Ottanta dal grande teorico del fumetto Scott McCloud (se non l’avete ancora fatto recuperate il suo fondamentale saggio illustrato “Capire il fumetto”). Zot proviene da una realtà parallela che assomiglia a una versione idilliaca, risolta e progredita, della nostra Terra. Tutta la tensione narrativa è sorretta dal parallelismo fra il nostro pianeta e quello utopistico di Zot. Il conflitto si materializza nelle angosce della terrestre Jenny, sedotta dal desiderio di fuga, ma allo stesso tempo ancorata alla responsabilità di migliorare il proprio, di mondo. Ça va sans dire, le storie molto Sundance ambientate sulla Terra vincono nettamente il confronto con quelle ambientate a casa di Zot.

Saggistica! “Eroine”, Marina Pierri (2020)

Il caso vuole che prima di leggere questo saggio avessi appena finito di recuperare “L’Incal” di Jodorowsky e Moebius. Così, dopo settimane di esposizione alla spantegata new age ordita dal guru cileno sul rapporto duale fra luce e tenebra, mi sono ritrovato davanti a un saggio (guarda un po’) strutturato in capitoli “doppi”. Nel suo “Eroine. Come i personaggi delle serie TV possono aiutarci a fiorire” Marina Pierri analizza 22 figure femminili (come gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, toh) raccontandone due per capitolo: assistiamo così a una pregnante carrellata di personaggi “guida” e personaggi “ombra”, intesi come due manifestazioni complementari dello stesso archetipo. Per quanto triviale l’argomento delle Serie TV possa sembrare, qui tutto è trattato con estrema cognizione e profondità grazie alle affilate riflessioni dell’autrice, che dopo decadi di viaggi dell’eroe riproposti in mille salse si chiede quali siano gli elementi che connotano invece il “viaggio dell’eroina”.

Piaciuto questo excursus a mia totale discrezione sul Doppio? Fatemi sapere, intanto vado a controllare su Facebook che fine ha fatto il mio omonimo (true story) nato un mese prima, che ha frequentato una scuola con lo stesso nome della mia – ma in un’altra regione – e che tifava Inter (dettaglio questo che lo elegge ufficialmente a mio doppio malvagio).

UX Designer & One Boy Band.

Parlo di: fumetti, musica, design, film e serie TV.

Cit. prefe: "Non sono un grafico, non faccio sedie."