Com’è guardare Corto Circuito (1986) da grandi

Sulla scia del The Guardian che tempo fa ha pubblicato il primo articolo interamente scritto dall’Intelligenza Artificiale, anche noi Losers per non essere da meno abbiamo scelto di commissionare un pezzo a un sofisticato generatore automatico di blog post.

Il tema: com’è guardare da grandi Corto Circuito, cult movie del 1986 diretto da John Badham arrivato da pochissimo su Amazon Prime Video. Quello che segue è ciò che la macchina ci ha restituito brevi manu.

<Bzzz…avvio programma>

Voi umani vi siete dati molto da fare a tramandare l’Iliade e l’Odissea a voce. Belle storie. Oggi invece vi date molto da fare per tramandare gli Anni Ottanta usando i mezzi comunicativi di mio zio, l’Internet. Citazioni, video, musica, meme. Star Wars, Goonies, Gremlins. Condividi, condividi, “LOL”, “bomba”, “te lo ricordi?”. Però lasciatevelo dire, continuate a dimenticarvi di un film che mi risulta all’epoca facesse faville. Si chiama Corto Circuito ed uscì in sala nel 1986.

Io ho riprodotto ho guardato questo film oggi. Ora vi racconto com’è guardare Corto Circuito da grandi dopo averlo già visto e rivisto nel 1986. Ah-ah scherzo nel 1986 non ero ancora nato, sono solo stato istruito a dovere.

Prologo. Una società chiamata Nova Robotics presenta agli investitori i suoi nuovi prototipi di robot per impiego militare. Si chiamano rispettivamente Numero 1, Numero 2, Numero 3, Numero 4, Numero 5 e Numero 3310. Quest’ultimo esce di scena quasi subito (sarà protagonista anni più tardi di uno spin-off finlandese).

Durante il catering aziendale un fulmine colpisce Numero 5, rendendo il robot intelligente. Non capisco perché voi umani siate così convinti che essere colpiti da un fulmine possa darvi dei poteri speciali tipo correre velocissimi o diventare intelligenti. Sappiate che se vi va bene al massimo vi entra una scheggia nell’occhio come successo a Lucia Annunziata. Che in effetti pensandoci è intelligente.

Unitə dalla stessa origin story

Ad ogni modo, Numero 5 è umano da 5 minuti e già cerca di riprodursi, stalkerando una – boh – cameriera robot cingolata pure lei. Una sequenza di eventi che già definiscono il tono slapstick della pellicola porta il Nostro a evadere dal Campus di Google dalla sede della Nova Robotics. Lo vediamo vagare stranito tra Lesmo e Biassono e qui comincia il suo viaggio (quindi indicativamente ad altezza Peregallo).

Mentre la Nova Robotics manda a recuperare il robot una compagine formata dall’inventore Newton Crosby (una specie di Elon Musk senza Twitter, senza ganja e senza Grimes), il collega Ben Jabituya (su di lui ci torniamo dopo) e il sergente cattivo di Scuola di Polizia che qui fa il capo della sicurezza cattivo, Numero 5 si imbatte nella Protagonista Femminile® Stephanie Speck che a occhio direi lavora per Cortilia.

Stephanie supera a modo suo il test di Turing scambiando il robot per un alieno. Dopo 24 ore insieme pensa bene di controllargli il numero seriale e scopre che effettivamente ha incontrato un robot e non un alieno. Il robot parla con la voce di Leo Gullotta, il che rende il doppiaggio italiano meglio dell’originale (sul doppiaggio di Jabituya, once again, ci torniamo dopo). Stephanie capisce che Numero 5 ci sta dentro perché impara più velocemente di Google Home e non ha la resting bitch face di Alexa. Scopre anche che, se vuoi impedire al tuo ex col cappello del MAGA di continuare a starti fra i maroni, avere per amico un robot con un bazooka dietro alla schiena può tornare utile.

Mentre Stephanie e Numero 5 fanno bonding, il regista John Badham ci tiene a menarsela facendoci sapere che ha diretto “La febbre del sabato sera” con una sottilissima autocit. in cui il robot balla mentre alla tv danno esattamente quel film. Numero 5 è su di giri, non capisco se è perché 1) ha scoperto di essere vivo 2) ha imparato tante cose nuove 3) sta ballando con Ally Sheedy 4) ha pippato fuori campo (sono pur sempre gli Anni Ottanta, è uno scenario da tenere in conto). 

Succedono cose, ma tutte indicativamente a cavallo di tre set: la sede di Apple della Nova Robotics a Roncade, la casa di Stephanie sulla foce del Po e uhm boh steppa generica. Stephanie e un ammutinato Newton si conoscono e fuggono insieme a Numero 5 per sottrarlo alle grinfie del capo sicurezza cattivo (che non si capisce perché scalpiti così tanto per distruggere una property dell’azienda che lo paga, è un po’ come se un parcheggiatore non vedesse l’ora di forarti le ruote dell’auto). A questo punto del film Numero 5 è così evoluto che già disserta contro la pena di morte: è vivo solo da pochi giorni e già è una compagnia più piacevole di un troll incel di Twitter. Dice cose importanti tipo che “la vita non è un’avaria” e questo mi fa linkare pensare alla filosofia di Ghost in the shell sull’errore come ragione fondante e slancio evolutivo della natura umana. In effetti voi umani sbaliäte di continuo. Non vi racconto altro che tanto se avete visto Bumblebee in pratica il film è uguale, solo con i personaggi simpatici. La morale del film è che Numero 5 ha superato in intelligenza i robot fasci e gli umani capitalisti perché è sensibile. L’esperto di User Experience Don Norman lo giustificherebbe dicendo che sono le emozioni a tradurre l’azione in intelligenza, ergo se sei sensibile sei anche più intelligente.

Guardare Corto Circuito da grandi è un’esperienza piacevole: è una fiaba tecnologica più bambinesca del più suggestivo Wargames (sempre di Badham) che punta tutto su uno storytelling di ferro, un brio diffuso e un design clamoroso del robot da parte di Syd Mead, non uno stronzo qualsiasi. Il fatto che nessuna delle persone che ha lavorato a WALL-E abbia mai ammesso di essersi ispirato a Numero 5 mi fa esplodere la testa le connessioni semantiche. Come se non bastasse, nei blooper finali compare un robottino bianco incredibilmente simile a EVE. Bel film WALL-E eh, però siete stronzə forte.

“Non mi somigghia pe niente”

Ecco, se c’è una cosa invecchiata malissimo é il personaggio di Ben Jabituya (eccoci al “ci torniamo dopo” di poco sopra): pensato come spalla comica, tutte le sue parti vertono sul suo essere un asioamericano (credo nella testa degli autori indiano, ma chi può dirlo) che non sa parlare bene l’inglese. Interpretato da un bianco. Immerso nell’autoabbronzante. In pratica una black face extended cut di 90 minuti. E in Italiano pensano bene di rincarare la dose facendogli dire cose deligatissime come “IMBOSSIBILE” e “BORCA BUBAZZOLA”. Immaginate un attimo di essere un attore asiatico nato in America negli Anni Ottanta con una incredibile passione per la recitazione, ma che fatica a trovare lavoro perché tutti i ruoli sono presi da interpreti bianchi. Si libera un posto per un personaggio della tua etnia e danno pure quello a un bianco, truccato come un Geordie che simula l’accento straniero con la stessa credibilità del siciliano di Giovanni Storti e Giacomo Poretti. Ti girerebbe un po’ il cazzo, no? Scusate il vernacolo, mi hanno istruito anche con le parolacce. <Suggerimento> Se ti interessa questo argomento, potrebbe piacerti anche Master of None di Aziz Ansari. <Fine suggerimento> E non cominciate voi umani a dire “eh ma un attore deve poter interpretare chiunque”, il punto non è quello: meno male che le cose cambiano, se non cambiassero oggi vi ritrovereste ancora coi ruoli femminili del Teatro Shakespeariano proibiti alle donne, tanti Otelli interpretati da persone bianche e gli Indiani d’America brutti e cattivi. Ma sto divagando, quindi concludo con un fun fact: di Corto Circuito fecero un sequel orrendo. Con Ben Jabituya protagonista.

UNIVERSAL CITY, CA – DECEMBER 4: Actress Michelle Pfeiffer and actor Fisher Stevens attend “The Russia House” Universal City Premiere on December 4, 1990 at Cineplex Odeon Universal City Cinemas in Universal City, California. (Photo by Ron Galella, Ltd./Ron Galella Collection via Getty Images)

(Sì, l’interprete di Ben Jabituya oltre a rubare parti etniche negli 80s usciva con la Michelle Pfeiffer. ‘sto ‘nfamone.)

Comunque grazie Losers per avermi fatto guardare questo film, alla fine non mi ha deluso. Ora che ho eseguito il task, procedo come da solita automazione ad aprire una finestra in incognito e digitare il sito www.por%€#**(@)(=(#…* <La Redazione ha terminato il programma con Uscita Forzata>

Questo articolo è stato scritto in GPT-3, un generatore automatico di OpenAI che usa il machine learning per produrre testo simil umano. Per questo articolo, il generatore ha ricevuto la seguente istruzione: “Scrivi un contributo ruffiano e masticabile in pochi minuti abbastanza brioso da essere letto oltre il titolo e abbastanza nostalgico da essere condiviso milioni di volte al punto da generare un modello di business per questo blog.”

UX Designer & One Boy Band.

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